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Teatro Romano sold out per i "Momix"
di Redazione Web (del 31/07/2018 @ 13:20:22, Sezione Spettacoli)
Finalmente il Teatro Romano, esaurito di pubblico di ogni età, ha preso quota ai suoi vertici migliori. Con gli spettatori che, a fine spettacolo, procrastinano l’uscita, stretti plaudenti in un corale abbraccio intorno al palcoscenico, a ringraziare e festeggiare spontaneamente (non c’è claque!) gli artisti che hanno appena donato loro una serata ricca di emozioni, sogni, divertimento, riflessioni… Trasportati nelle sublimi sfere dell’arte e della poesia. Chi dobbiamo ringraziare? Stavolta, i mitici Momix che con il Teatro Romano di Verona e l’Estate Teatrale Veronese hanno un lungo e consolidato rapporto di amorosi sensi, cementato nel tempo da “prime” ed eventi speciali, presentati in riva all’Adige quale piazza privilegiata per l’Europa. Un rapporto lungo 24 anni. Da quel lontano 1994, quando la compagnia fondata nel 1980 e diretta da Moses Pendleton (che, peraltro, non ha ancora tagliato il cordone ombelicale dai Pilobolus, suoi primi compagni di avventure sportivo-ginnico-artistiche) giunge a Verona con “Passion”. Quest’anno, i Momix arrivano con “Momix al Teatro Romano di Verona” (30 luglio-11 agosto), spettacolo che, insieme a “quadri” storici, inserisce alcuni inediti pensati appositamente per gli spazi del Teatro Romano di Verona. La perfezione esecutiva è quella di sempre, al top delle eccellenze internazionali, che rapisce e lascia a bocca aperta lo spettatore. Quello che, invece, da qualche tempo sembra essere venuta un po’ meno è, secondo noi, la vena creativa. Se confrontiamo capolavori come “Baseball”, “Opus Cactus”, “Sun Flower”, “Bothanica, “Alchemy”, oltre al già citato “Passion”, con i più recenti “Momix Remix” (2010), “W Momix forever – 35° anniversario” (2015) e l’attuale “Momix al teatro Romano di Verona”, la nostra impressione sembra essere fondata. Comunque, abbiamo apprezzato ancora una volta il tipico illusionismo: replicante, come in “Look in the Mirror”; luministico, come in “Paper Trails”, dove, con abile uso della luce, i danzatori sembrano coperti di fitti tatuaggi tribali. Il trasformismo di “Marigolds” e “It’s all about that Bass”, con cinque meravigliose danzatrici che giocano, nel primo quadro, con gonnelloni soffici e multiformi, tra echi gitani e di danza del ventre, quindi, nel secondo, con abiti rossi mutanti, grazie a marchingegni nascosti sotto di essi; dell’assolo di “Man Fan”, ventaglio, velo, foglie; dell’ipnotico “Swans to dream”, parti anatomiche, figure zoomorfe e vegetali, fino a un improbabile gioco con pallina da tennis; di “Brain Wave”, omaggio all’eterna evoluzione del creato. Senza dimenticare l’atletismo di “Pole Dance”, protagonisti tre ballerini che si cimentano con altrettante aste, mixando acrobazia, memorie tribali e danza con l’oggetto; di “Table Talk”, con salti e spettacolarità ginniche di un danzatore sopra e sotto un tavolo; di “White Widow”, con una stupenda trapezista/ballerina, che unisce eleganza e acrobazia volteggiando appesa per le punte dei piedi a due corde. Ci sono, inoltre, le riflessioni esistenziali di “Golden Pyramid”; quelle sul difficile rapporto tra i sessi di “Tuu”, e sui complessi processi evolutivi e di equilibrio micro/macrocosmico, allusi in “Alchemical Wedding”. Come pure il mistiismo di “Aqua Flora”, dove una danzatrice, sulle note di una antica composizione sacra inserisce la tecnica rotante dei più recenti Sufi, liberandosi di ogni sovrastruttura mentale. E c’è pure un numero di giocoleria con il fuoco ai piedi (“Firewalker”) e un finale ironico e umoristico con quattro manichini che, nascostamente manovrati, interpretano Bach (“If you need Some Body”). (Franca Barbuggiani)
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