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"A scatola chiusa" e "Parenti serpenti"
di Redazione Web (del 29/08/2007 @ 17:37:48, Sezione Spettacoli)
“A scatola chiusa” di Georges Feydeau è il nuovo allestimento presentato quest’anno da “Lavanteatro”, la compagnia, nata nel 2000 e diretta da Renato Baldi, che con belle promesse si affaccia sul panorama amatoriale veronese, mostrando particolare inclinazione verso il teatro brillante. Questa è la seconda volta, infatti, che il gruppo si cimenta con Feydeau. La storia della pièce rientra nei tipici canoni, fatti di equivoci, malintesi e scambi di persona, conditi di amori giovanili e di corna adulte più o meno vere o presunte, cari all’autore, che catturava il godereccio pubblico parigino fin de siècle con perfetti ingranaggi comici e un pizzico (ma proprio un pizzico, visto con gli occhi di oggi!) di trasgressività. Alleggerito il testo originale di qualche battuta oggi incomprensibile e inserita qualche gag, valorizzati i caratteri di alcuni personaggi senza arbitrarie forzature, lo spettacolo, condotto con buon ritmo da Renato Baldi e sostenuto dalla spigliata recitazione di attori simpatici e promettenti – in particolare Stefano Pippa, l’inconsapevole studente Dufausset, e lo spassoso Tommaso Bertolasi nelle vesti dello sciocco e balbuziente Lanoix - rende con note frizzanti la godibile atmosfera del mondo di Feydeau. PARENTI SERPENTI. E’ Natale e la famiglia si riunisce intorno alla tavola, per festeggiare. A casa dei vecchi genitori, ovviamente. Arrivano figli e figlie, generi e nuore, e i nipotini. Data la diaspora in diversi e autonomi nuclei sparsi per l’Italia, i componenti la famigliola, al fin riunita, hanno soltanto quest’occasione per rivedersi tutti insieme. E crogiolarsi nell’ibrida melassa di sacralità e consumismo di cui sono fatte, ahimè, le Feste. Questo il quadretto di famiglia dall’interno ritratto, con impietosa banalità di linguaggio e stereotipata convenzionalità di atteggiamenti, da Carmine Amoroso in “Parenti Serpenti”, un testo che, ancor prima di vedere la luce sulle scene, piacque talmente a Mario Monicelli da farne subito, nel 1992, un film di successo. La satira di costume, infatti, dopo un inizio piacevolmente bonario, si fa sempre più graffiante, assumendo toni ironici pesantemente grotteschi, in cui l’ipocrisia diviene cinismo sfociando in un ben macabro finale. Sono gli anni in cui l’età media ha ormai preso ad allungarsi e il problema della sistemazione degli anziani si affaccia con prepotenza. Un problema, peraltro, che ancor oggi, nonostante la proliferazione esponenziale di badanti e le numerose case di accoglienza, dal punto di vista umano è ben lungi dall’essere risolto. L’edizione dell’Estravagario Teatro, che la presenta come novità dell’anno nel proprio repertorio, dosa con giusto equilibrio cinismo e comicità del testo, senza perdere di vista divertimento e saggia riflessione. Come voluto dalla incisiva regia di Alberto Bronzato, del pari attenta al ritmo dell’azione e della parola e alla caratterizzazione dei personaggi, tanto veri nella loro scontata banalità, da renderceli in qualche misura,… familiari. Tra i bravi attori – Tiziano Gelmetti, Tiziana Leso, Carolina Pajola, Valeriano Benetti, Alice Parisi, Giuseppe Pasinato, Roberta Zocca, Stefano Scartozzoni, Giorgia Avogadri, Marco Mirandola - un plauso particolare (non soltanto di incoraggiamento) al giovanissimo Sebastiano Bronzato, filo conduttore e voce di coscienza di una storia di adulti senza coscienza. FRANCA BARBUGGIANI

 

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