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Questione Tibet: l'Occidente sceglie di non vedere, esattamente come Chamberlain a Monaco nel 1938.
di Aventino Frau (del 31/03/2008 @ 12:40:08, Sezione Spin Doctor)
L'esplosione del problema tibetano turba le nostre coscienze, sopratutto perché ci vedono, come già in Birmania ed altrove, scene di violenza e di sangue e perchè ci costringe a riflettere sul fatto che la Cina è più vicina di un tempo ma è sempre la stessa, intrisa di comunismo profondo, fondata su secoli di assolutismo, su decenni di dittatura maoista, di ateismo di stato,di rivoluzionarismo culturale distruttivo, condannato ma non sconfitto. Nell'orgia economista e globalizzante, la Cina ci era apparsa se non migliore certo più interessante; il cinismo commerciale, esasperatamente capitalistico e falsamente liberale, ha obnubilato le nostre riserve, i nostri convincimenti, le nostre idee fondanti. Non importa se i diritti dei cinesi e di chiunque altro vengono violentati, se però si può commerciare e magari, con le nostre immaginifiche imprese, partecipare ai vantaggi del loro sfruttamento. Nella società occidentale lo sviluppo cinese è visto come una seppur pericolosa opportunità. Per questo tolleriamo tutto, anche le cose più indigeste: diamo loro le Olimpiadi, li togliamo dalle liste nere, taciamo di fronte ai soprusi, non difendiamo e addirittura non riceviamo nemmeno il Dalai Lama. Questione di real politik, di opportunità economica, di quieto vivere. Era lo spirito di Monaco nel 1939 quando si trattava con Hitler, Ribbentrop rassicurava il pavido Chamberlain, con il risultato che il nazismo si sentiva sempre più forte, considerava i altri più deboli e remissivi. Con le conseguenze che ben conosciamo. Con la Cina non si può scherzare (come con la Russia) ma nemmeno sottovalutare i pericoli di un forte espansionismo, di una globalizzazione dei non principi, del non diritto, dell’arma economica come instrumentum regni. Il Presidente Sarkozj, capo di un popolo che ha nel sangue la eredità della rivoluzione francese, è stato l'unico a prendere una pur diplomatica ma forte posizione, dando però la sensazione di essere un capo di Stato e non il presidente della associazione commercianti. Il problema dei diritti umani, base di ogni cittadinanza, è anche base della convivenza internazionale, di effettiva crescita globale, di corretta concorrenza economica, di liberazione dell'uomo dallo sfruttamento. Non stupisce l'atteggiamento della Cina comunista quanto quello del mondo occidentale cristiano.

 

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