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La vedova allegra apre le feste
di Redazione Web (del 18/12/2017 @ 22:53:52, Sezione Spettacoli)
Fine anno, tempo di feste, tempo di allegria. Che cosa allora di meglio, per festeggiare il periodo, di una frizzante operetta al Teatro Filarmonico, come proposto da Fondazione Arena in apertura della stagione lirica 2017-18? La scelta è caduta sulla “regina” delle operette, l’evergreen “Vedova allegra” di Franz Lehár, sfavillante ritratto (la prima risale al 30 dicembre 1905) di un mondo che sta per finire e del quale si colgono già i sintomi della decadenza. L’edizione è quella del febbraio 2005 firmata da Gino Landi, per regia e coreografia (quest’ultima arricchita, nel terzo atto, da un estratto del balletto “Gaitée Parisienne” di Jacques Offenbach e Manuel Rosenthal culminante nello scatenato celeberrimo Can-Can) riprese, rispettivamente, da Federico Bertolani e da Cristina Arrò. A distanza di una dozzina di anni, lo spettacolo ci è parso alquanto sottotono, lontano da quella sorridente leggerezza che dovrebbe caratterizzare il genere. In primis, nella componente orchestrale (nel nostro caso piatta e roboante, sotto la direzione del giovane direttore spagnolo Sergio Alapont, con Peter Szanto quale violino solista in palcoscenico) e in quella coreutica (greve e arrancante nell’esecuzione del Corpo di Ballo areniano coordinato da Gaetano Petrosino, se si eccettua il piacevole cammeo delle statue animate). Un po’ sciupato nei costumi (di William Orlandi) e nelle scene (di Ivan Stefanutti) in stile belle époque. Tra i caratteristi emerge Marisa Laurito, un Njegus in versione femminile, sprizzante verve cabarettistica e lunga pratica di teatro brillante. Disinvolta, inoltre, la Valencienne di Desirée Rancatore, voce sicura ed estesa, anche se leggermente retroflessa, mentre Elisa Balbo, limpida linea di canto e acuto svettante, è tuttavia ancora acerba nei panni di Hanna, della quale evidenzia una femminilità graziosa ed elegante, di candore quasi adolescenziale, più che fascino malioso e seduttivo; qualità che pure non connotano il Danilo di Enrico Maria Marabelli, mantenuto entro i confini di una sfumata presenza vocale. Fiacca anche la regia, nella ripresa di Bertolani. A posto il coro preparato da Vito Lombardi. Il pubblico (numerose le presenze giovanili, che premiano l’impegno della Fondazione nei loro confronti) applaude con trasporto. Specie nei passaggi più celebri e accattivanti, sottolineati a scena aperta con il ritmico battito delle mani. Forse i prodromi di una nuova sorta di blasonato karaoke d’autore? (Franca Barbuggiani)

 

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