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Elenco articoli pubblicati in questa sezione (in ordine cronologico)

Il 2017 della politica italiana è iniziato con la frenata del Presidente della Repubblica sui tempi delle elezioni anticipate e con l'accelerazione del PD (e in particolare di Renzi, Orfini e di chi vuole vincere e non pareggiare la prossima consultazione per le politiche). In perfetta sincronizzazione con questi due movimenti in direzioni opposte ecco lo slancio anche del partito di Grillo. Uno slancio che ha come obiettivo segnare la partenza dell'anno elettorale con due segnali forti che, a leggere i commenti politici e giornalistici, non sono stati forse interpretati in tutta la loro strategia. Cominciamo dalla battuta-proposta contro la stampa "cinica e bara" che l'ex comico genovese ha lanciato per far risolvere ad una giuria stile televoto dei reality show l'eterno dubbio sulla veridicitò della stampa. Su questa proposta potremmo fare (come si stanno facendo) una serie di riflessioni e in particolar modo relative ai precedenti storici che in politica arrogano alla politica e al potere (con l'uso strumentale del popolo naturalmente) la verità contro la falsità del giornalismo. Solo per essere veloci basti ricordare la Pravda (ovvero la verità in russo e infatti nome della testata del PCUS sovietico) che ha caratterizzato da sempre l'apoteosi della propaganda nel secondo dopoguerra e più lievemente la tanta comunicazione sulla verità affermata da Silvio Berlusconi contro le menzogne della stampa (guarda caso, per contrappasso con la Pravda, comunista). Del fondatore di Forza Italia basti pensare all'imperdibile strumento di comunicazione della campagna 2006 (dopo cinque anni di governo a suo dire raccontati con un certo numero di bugie dalla stampa) che portava il nome di "la vera storia italiana" (da non confondere con la geniale "una storia italiana" del 2001. Ma qualsiasi discussione su questa proposta di Grillo rischierebbe di farci perdere il suo vero senso. Il senso di buttare un pò di fumo e far abboccare le prime pagine dei giornali stessi e tutti gli schieramenti politici per gridare al fascismo e alla censura. Una tecnica questa che ha sempre funzionato e che di sicuro ha avuto nel Cavaliere di Arcore il suo principale interprete e che ha sempre funzionato attirando paginate e giorni di polemica che hanno prodotto l'effetto di rendere più popolare che questo tipo di provocazioni le lanciava schierandosi contro un pezzo di sistema. Come dire che se discutiamo della proposta caschiamo tutti nella gigantesca trappola tesa da Grillo e Casaleggio jr e che è quella di distrarre giornalisti e politica ricreando ancora una volta la sensazione di forza antisistema che il P5s deve continuare a creare per nascondere con il fumo l(che ti aspetti dal vecchio M5s) il vero arrosto. L'arrosto è quello palesato il giorno prima con il codice etico e con la svolta garantista sugli indagati ufficializzata nero su bianco da Grillo e Casaleggio jr. Una svolta che anche in questo caso da un lato non è per niente una novità perchè codifica semplicemente l'atteggiamento supergarantista assunto fino ad oggi dal P5S nei confronti di tutti i suoi amministratori e consiglieri indagati da Quarto a Parma, da Livorno a Palermo, da Bologna a Roma. Atteggiamento supergarantista che ha rappresentato il segno della trasformazione che su questa testata abbiamo analizzato e chiarito ormai da mesi e che ha evoluto il movimento 5 stelle nel Partito 5 stelle, privandolo definitivamente di quei superpoteri di unicità e di rivoluzionarietà che dal vaffa day proprio sulla censura verso gli indagati ne aveva fatto un attore originale del mercato elettorale. In questo senso il codice etico rappresenta solo la formalizzazione di un processo politico che istituzionalizza il Partito 5 stelle come partito con visioni e atteggiamenti ben più simili ai partiti della prima e seconda repubblica di quanto non credessero i suoi elettori originari. E del resto anche l'associazione manifestata in questi anni nei comuni dove governa il P5s che abbinano garantismo e autoassoluzione con il vittimismo verso la stampa e il resto della politica e i cosiddetti poteri forti sono un grande classico. Con un quarto di secolo di ritardo Grillo e Casaleggio jr imitano nel 2017 (dieci anni dopo il vaffa day contro i politici indagati che ha fatto nascere il M5S) il PSI di Bettino Craxi durante tangentopoli nel 1992. quel PSI di Craxi che 25 anni fa era bersaglio degli spettacoli di Beppe Grillo e che 25 anni dopo diventa il suo modello politico. Ma l'arrosto non finisce qui proprio perchè questa non sarebbe una novità. Il vero obiettivo della codifica del garantismo verso gli indagati da parte di Grillo e Casaleggio jr non è la sola difesa dei propri eletti (tutti in realtà sacrificabili in un partito basato sul verticismo assoluto del fondatore) ma soprattutto un segnale fortissimo a quei poteri forti e a quell'elettorato moderato che il M5S diceva di nascere per ribaltare e che invece il P5S vuole conquistare per vincere le elezioni politiche. E' ai poteri forti e agli elettori moderati che parla Grillo quando dice che non si possono condannare amministratori e politici solo sulla base di un avviso di garanzia, perchè dicendolo spedisce forte e chiaro un messaggio di rassicurazione rispetto alla stabilità che garantirebbe comunque una vittoria a cinque stelle e che invece non garantirebbe il giustizialismo professato fino ad ora verso i politici di altri partiti e in parte praticato con le epurazioni interne dal vecchio M5s in versione stalinista. Del resto per chi pensi che questa è una delle consuete interpretazioni giornalistiche processabili da parte del tribunale popolare antistampa lanciato come fumo da Grillo basta che si vada a vedere un esempio pratico di vittoria a cinque stelle ottenuta parlando e trattando con i poteri forti e con una parte di elettorato moderato. ...

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A volte succede che i miracoli si realizzino e non solo perché siamo a Natale. Per il nostro Paese uno dei miracoli più difficili è sicuramente oggi quello della possibilità della politica di rimettersi in piedi dopo una caduta.
Normalmente in questa fase siamo abituati a vedere le situazioni complicate complicarsi ancora di più e quelle drammatiche tendere al tragico. Invece questa volta stiamo assistendo ad una clamorosa e  illuminante ripartenza.
La notte della vittoria dei no al referendum abbiamo visto un leader come Matteo Renzi rivoluzionare la grammatica di tanta comunicazione politica (e in parte anche della sua) e assumersi responsabilità e conseguenze della sconfitta.
E abbiamo anche visto le prime reazioni dei vincitori del no che già rifiutavano di doversi assumere il carico di una responsabilità anche parziale delle future scelte o addirittura del governo. Il governo che è nato dalle dimissioni di Renzi annunciate quella notte è sicuramente più figlio della vecchia grammatica che della nuova.
E tutto è per come si presenta tranne che un aiuto al rilancio del progetto di Renzi. Troppo uguale al precedente per segnare uno scatto e con troppe figure che rappresentano il simbolo di alcune delle ragioni per le quali ha vinto il no come voto sul governo più che sulla riforma costituzionale.
La vicenda della neo ministra dell'istruzione (che ricorda da lontano quella di tre anni fa che accadde a Oscar Giannino) e soprattutto le gaffe in sequenza del ministro Poletti confermano la sensazione di un governo a tratti surreale rispetto sia al risultato del 4 dicembre che alla posizione di attacco assunta quella notte dal segretario nazionale del Pd.
Così surreale che se questo governo dovesse tendere alla fine della legislatura rischierebbe di logorare proprio il segretario del Pd e qualsiasi possibilità del centrosinistra di essere di nuovo competitivo alle prossime elezioni politiche .
Il precedente c'è ed è quello del governo Amato dopo le dimissioni di D'Alema nel 2000 dopo le elezioni regionali. La ripartenza miracolosa però è quella segnata con efficacia proprio da Matteo Renzi all'assemblea nazionale del Pd e nelle azioni che ha cominciato a mettere in campo per realizzare quanto deciso in quella sede.
In primo luogo Renzi ha rappresentato un percorso di avvio della campagna elettorale per le politiche 2017 così accelerato che a pensare con una certa concretezza al voto o a aprile dopo la conferenza programmatica annunciata per febbraio e dopo la revisione della legge elettorale oppure in giugno con le elezioni amministrative forse anche dopo delle possibili primarie di coalizione per la scelta del candidato premier.
Le medesime primarie che Salvini e Meloni hanno annunciato per la coalizione di centrodestra e le medesime on line annunciate da M5s.
È già questo scatto restituisce vitalità alla percezione che la politica offre di sè.
In secondo luogo proprio per dare questa accelerazione sulle elezioni Renzi ha rottamato il congresso anticipato del Pd che rappresentava la garanzia di un allungamento dei tempi che avrebbe portato probabilmente il governo a fine legislatura e quindi il Pd a fine corsa. Senza parlare del fatto che se già sei mesi di campagna sulla riforma costituzionale hanno suscitato le critiche di tanti italiani che sottolineavano la scarsa priorità del tema rispetto alle emergenze da risolvere nel Paese, figuriamoci cosa avrebbero detto in moltissimi nel momento in cui il Pd si rinchiudeva in mesi di campagna congressuale con altissime probabilità di forti contrasti interni e l'emersione della vena autoreferenziale dei partiti che tanto fa scappare i cittadini dalla politica. ...

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di Marco Marturano (del 10/11/2016 @ 11:31:34, Sezione Spin Doctor)
The Winner is...Donald Trump. Il mondo e gli Stati Uniti si dicono sorpresi almeno quanto tutti i sondaggisti che avevano previsto una vittoria prima larga e poi stretta ( ma sempre una vittoria) di Hillary Clinton. Il  punto vero è : questa vittoria dimostra due cose che possono essere di grande peso se qualcuno cominciasse dopo anni a saperle leggere.
La prima legge che rispetta questa vittoria è la legge del cambiamento.
Come abbiamo scritto prima e dopo le amministrative 2016 italiane, nell'epoca della crisi economica e sociale peggiore di sempre in tutto il mondo e negli stessi Stati Uniti vince chi interpreta più credibilmente il cambiamento e perde chi è' troppo percepito come protagonista della continuità.
Non è' una novità neanche negli Stati Uniti. Chi oggi legge trump come l'opposto esatto di Obama dimentica clamorosamente che Obama stava al 2008 come Trump sta al 2016. Obama era il re del cambiamento dopo otto anni di Bush e dopo l'inizio di una crisi globale Made in USA. Obama non a caso vinse su un leader tosto come Mc Cain,  ma percepito nonostante tutto (nonostante fossero stati avversari) come il seguito naturale di Bush.
Gli americani volevamo cambiare e Obama era il cambiamento più forte possibile. Come Trump oggi dopo 8 anni di Obama che hanno forse migliorato la situazione rispetto al 2008, ma non hanno risolto i nodi che tengono Stati Uniti e mondo ancora ben dentro la crisi, nonostante i dati sul Pil  americano certamente migliori di quelli di tanti paesi europei, a cominciare da noi.
E Hillary Clinton supersostenuta da Obama sommava la continuità con lui alla continuità con gli otto anni di presidenza Clinton di Bill. Aggiungiamo poi che negli Stati Uniti si parla della candidatura alla Casa Bianca di Hillary da quando venne eletto proprio Bill, dal 1992. Doveva essere candidata a succedergli già nel 2000 se non ci fosse stato il fallimento della sua riforma sanitaria (Hillary era ministro della salute) e la vicenda Lewinsky che la costrinsero a limitarsi alla candidatura al Senato a New York.
Ci prova finalmente nel 2008 candidandosi con un messaggio video in line nel 2006 dopo la sua rielezione a New York ma le primarie che la vedevano favorita premiano qualcuno più nuovo e innovatore di lei, Obama. Ed eccola 8 anni dopo nel 2016 a perdere le elezioni dopo aver vinto le primarie con il sostegno di Obama. 24 anni dopo che gli Stati Uniti avevano cominciato a parlare di Hillary presidente.
Un quarto di secolo di anzianità da candidata che la rendeva inevitabilmente la continuità rispetto a Trump che era la novità assoluta sia per stile comunicativo che per profilo.
Del resto a questi ultimi aspetti si collega anche la seconda legge che rispetta il trionfo di Donald Trump: la legge dell'empatia del candidato che prevale sulla pura razionalità della scelta elettorale.
Trump è' sicuramente un candidato che divide ma che crea fortissima adesione emotiva tra chi cerca il cambiamento radicale anche nello stile oltre che nei contenuti. Hillary paga invece una percezione che nonostante il lavoro evidente fatto su se stessa per diventare più affettiva e popolare è rimasta una donna di potere prima che di popolo, una scelta di testa prima che di cuore.
Peraltro una evidenza già chiara otto anni fa quando fu proprio Obama a metterne in evidenza i limiti di popolarità battendola anche sul calore umano e sullo stile comunicativo oltre che sulla credibilità nel cambiamento.
In Italia abbiamo avuto molti esempi simili, uno dei più clamorosi in una città come Venezia, dove a distanza di 10 anni (2000 e 2010) lo stesso candidato sindaco del centrodestra, Renato Brunetta, viene battuto da due candidati diversi del centrosinistra (Costa nel 2000 e Orsoni nel 2010). Così come nella medesima città lo stesso candidato sindaco del centrosinistra, Felice Casson, viene battuto a distanza di 10 anni (2005 e 2015) da due candidati diversi (uno di centrosinistra, Cacciari nel 2005, e uno di centrodestra, Brugnaro nel 2015).
La legge dell'empatia di un candidato per il ruolo al quale è candidato vale sempre più della razionalità e della forza di partenza. ...

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Mancano circa 40 giorni all'alba. L'alba di quel 5 dicembre postreferendum che potrebbe essere decisivo per l'Italia ancora di piu' di quanto non lo possa essere per la politica italiana. Per l'Italia infatti e' chiaro dai segnali che arrivano leggendo e guardando i mass media di tutto il mondo che la vittoria del si rappresenterebbe una accelerazione verso un rafforzamento sullo scenario internazionale di un paese come il nostro frenato da un sistema istituzionale lento e con troppi attori che recitano la stessa identica parte.
Se invece vincesse il no qualunque ipotesi di riforma istituzionale verrebbe abbandonata per decenni (visto che sarebbe il Secondo fallimento in dieci anni dopo la devolution proposta dal centrodestranel 2006).
Con conseguente definitivo abbandono di qualsiasi speranza da parte di tutti gli occhi interessati in Europa e nel mondo rispetto alla capacità del nostro Paese di risollevarsi con le sue gambe da questa e dalle future crisi economiche e politiche.
Ci piaccia o no e comunque la si pensi sulla riforma costituzionale per la quale si vota il 4 dicembre, questo è  lo scenario reso ancora più chiaro dalle ultime settimane.
Prima il governo degli Stati Uniti di Obama in piena campagna elettorale per la Clinton ha chiaramente fatto capire senza tanti giri di parole che la vittoria del si rappresenta la strada principale per rafforzare la fiducia di un alleato strategico. dell'italia.
Fiducia e alleanza anche essenziali per mantenere un asse contro le politiche rigoriste europee che deprimono l'Italia e svantaggiano gli Stati Uniti.
Negli ultimi giorni è invece l'Europa a essere chiaramente entrata in campo sul referendum italiano del 4 dicembre.
Le critiche europee alla legge di stabilita' che tocca una serie di tasti utili a dare respiro (almeno sulla carta) alla ripartenza dell'economia sono state infatti parcheggiate non casualmente fino al 5 dicembre.
L'Europa del rigore ha dato cioè il chiarissimo segnale di una disponibilità a valutare la nostra manovra economica in funzione del risultato del referendum.
Ovvero in funzione della maggiore o minore affidabilità che l'Italia dimostrerà scegliendo su una riforma nata proprio per liberare l'Italia dalle sue zavorre e per far funzionare le istituzioni davvero al ritmo del resto del mondo e dell'economia.
Del resto che l'economia, la manovra economica e le scelte delle istituzioni europee e internazionali siano oggi al centro della campagna referendaria e' una naturale conseguenza del fatto che, fuori dai dibattiti tra costituzionalisti, la vera partita che porterà al voto il 4 dicembre si gioca su terreno delle conseguenze pratiche e quotidiane (in primis quelle economiche) della riforma. ...

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Mancano due mesi e siamo già immersi tutti i giorni nella bolla mediatica che mette il referendum del 4 dicembre in cima al l'agenda politica di tutta la stampa nazionale.
Fuori dai binari tracciati da tutti ecco spuntare una rilevazione dell'osservatorio sulla governance di Index research. Ovvero le pagelle di sindaci, presidenti di regione e governo. Pagelle che ci aiutano a uscire dalla bolla referendaria e ad arrivare ad alcune considerazioni generali sulla politica italiana che a volte trascuriamo deviati da altre teorie.
In primo luogo l'osservatorio dimostra che in Italia esiste ancora un bipolarismo centrosinistra-centrodestra che supera nei giudizi dei cittadini il bipolarismo pd-m5s che a leggere la maggior parte dell'informazione parrebbe l'unico esistente.
Nella classifica dei sindaci più amati tra i primi cinque 3 sono del centrosinistra (i sindaci di Bergamo, Firenze e Salerno) e 2 del centrodestra (Lecce e Venezia).
Per trovare un sindaco del m5s si va al 14o posto con la neo sindaca di Torino, per non parlare del sindaco di Livorno, di Roma e di Parma che portano la rappresentanza del m5s sotto il 44o posto.
E del resto anche dove non ci sono ancora rappresentanti del movimento 5 stelle come alla presidenza delle regioni in ogni caso ai primi 5 posti nel gradimento dei cittadini si verifica un certo equilibrio tra i tre presidenti del centrosinistra (Puglia, Calabria e Toscana) e i due del centrodestra (Veneto e Liguria).
La seconda notizia è che, pur calando i giudizi sui sindaci rispetto agli anni recenti in cui i più amati arrivavano a superare il 70% (ricordate l'anno di Renzi e tosi a dividersi la testa del sondaggio del sole 24 ore?), restano ancora la "punta di diamante" delle istituzioni agli occhi dei cittadini.
Secondo index research il consenso medio dei sindaci dei capoluoghi è' del 52,6%.
I presidenti delle regioni scendono a una media del 47,8%.
Il governo (in buona compagnia con i tre che lo hanno preceduto negli ultimi 5 anni tra Berlusconi, Monti e Letta) conquista il 28% degli italiani e il presidente del consiglio il 34%.
Insomma i sindaci mediamente vengono promossi da più della metà dei loro cittadini - datori di lavoro, mentre meno della metà della gente promuove in media i presidenti di regione e soltanto circa un terzo degli elettori italiani applaudono il capo del governo.
Vista la regolarità di questo dato negli anni (anzi Renzi è il presidente che alla prova del tempo riesce ancora a stare dalle parti del 33% a fronte di crolli più verticali dei suoi predecessori) è chiaro che siamo di fronte a un fenomeno che vede ormai polarizzare il consenso dei cittadini.
 Il centro della politica che la gente preferisce cercare, tende a stare lontano dalle istituzioni centrali e comincia ad allontanarsi anche dalle regioni e dai loro presidenti. ...

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Olimpiadi 2024 bye bye. Il Sindaco di Roma ha riproposto la più classica delle scoperte dell'acqua calda ripetendo fedelmente il verbo di Beppe Grillo e dei vari Direttori del M5S: le Olimpiadi a Roma nel 2024 "nun sanno dd'afa'". Punto. Il giudizio su quanto sia giusta o meno la decisione di Grillo di cui si è fatta portavoce la Sindaca di Roma è stato ampiamente argomento di dibattito in questi giorni.
Il tema interessante da approfondire è invece quello delle argomentazioni che ha scelto di utilizzare la Raggi. Ovvero il fatto che le Olimpiadi a Roma scatenerebbero un'esplosione di speculazioni edilizie mai vista fino ad ora.
Anche qui nulla di nuovo e di originale. Ma la vera novità da studiare è quella della ennesima straordinaria omologazione del M5S con quella politica che teoricamente ne ha generato la nascita e spiegato il senso fino ad oggi e di sicuro il successo alle politiche del 2013.
 In particolare (come alcuni hanno sottolineato) le argomentazioni del rifiuto delle Olimpiadi 2024 da parte di Grillo e (come tramite) della Raggi sono decisamente simili a quelle utilizzate da Mario Monti circa 5 anni fa da premier tecnico.
Allora Monti si agganciò alla fase di emergenza finanziaria del paese che aveva dettato la sua scelta come Presidente del Consiglio e si ispirò al disastro dei Mondiali di nuoto di Roma organizzati poco prima per respingere la candidatura della capitale per le Olimpiadi 2020.
 Il rischio allora come ora sarebbe stato (secondo Monti e secondo la Raggi) il presunto malaffare che sarebbe stato generato dall'organizzazione dei Giochi e la relativa devastazione del territorio.
La notizia vera è che quella argomentazione sostenuta dall'allora Presidente del Consiglio Monti rientrava nello standard di un Governo raccontato e percepito come emanazione dell'Europa che imponeva alla nostra Italia una dieta pesantissima nel nome del rigore per evitare il quasi default e l'esplosione dello spread che nell'autunno 2011 aveva determinato la caduta del Governo Berlusconi.
Quel rigore e quella dieta che hanno prodotto quel clima depressivo nel Paese che, guarda caso, ha portato Monti a incassare un ben misero risultato elettorale e ha fatto schizzare in alto l'asticella di un partito in particolare.
Quel partito, il M5S, che più di tutti gli altri (che avevano sostenuto il Governo Monti o lo avevano mollato appena prima delle politiche) poteva presentarsi come il principale interprete della rivolta contro l'austerità Montiana e contro l'Europa. ...

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Ci sono nella politica italiana alcuni eventi che non rientrano nella categoria del rituale e invece si collocano di diritto in quella del "decisivo".
Il 16 e il 17 settembre 2016 appartengono sicuramente alla categoria del decisivo per il futuro del centrodestra grazie alla convention organizzata da Stefano Parisi. L'ex candidato del centrodestra alle elezioni amministrative 2016 a Milano ha già raggiunto il suo risultato ancora prima di realizzare l'evento, visto che a legittimarne le ambizioni di leadership del centrodestra perduto sono state proprio le reazioni stizzite e iraconde di una quantità industriale di dirigenti di Forza Italia.
Reazioni che testimoniano la paura verso la nuova figura di Parisi dimostratasi già competitiva al voto di Milano e quindi pericolosa per una classe dirigente che si percepisce forse in discussione per i risultati prodotti almeno dal 2010.
La paura del cambiamento e della sfida su idee e modi nuovi di rappresentare l'elettorato moderato non è' del resto nuova nel centrodestra ma fino ad ora era sempre compensata dalla capacità salvifica di Silvio Berlusconi che ne guidava la sterilizzazione (vedi vicende Fini e Alfano) o ne incanalava le energie dentro uno schema noto e rassicurante (la nascita del Pdl o la rinascita di forza Italia).
Oggi invece Berlusconi ha deciso di lasciare il campo a Parisi apparentemente proprio per favorirne la capacità attrattiva verso gli elettori potenziali che in questi anni hanno abbandonato il centrodestra. E Parisi ha usato questo spazio per far circolare gran voci sui tanti civici e pochi politici presenti alla convention, recuperando un modello che era proprio quello della prima forza Italia 1994.
E questa scelta ha ottenuto come risultato anche l'attacco dei tanti eletti di Forza Italia che vedono squagliarsi come neve al sole le ambizioni da presunti eredi del regno politico di Silvio. Molti di questi sono arrivati a forza Italia più di vent'anni fa proprio come civici al servizio temporaneo della politica e oggi etichettano Parisi come un eretico autorappresentandosi ormai come professionisti della politica che non riconoscono un ruolo al civico che prova a rinnovare il campo che anche loro hanno contribuito negli ultimi anni a far entrare in crisi.
Lo stesso atteggiamento difensivo e conservatore (con un pizzico di odore di casta) che aveva la vecchia politica della prima repubblica nei confronti del Berlusconi del 1994. ...

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Nulla si inventa, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Le vacanze 2016 ci hanno portato una rassicurante conferma di uno dei più classici dei detti della politica italiana. Ci hanno portato cioè un reality show ambientato al Campidoglio con vaghe somiglianze con il Grande Fratello, dove settimanalmente la tensione aumenta intorno a quale dei componenti della nuova squadra di governo del Comune debba essere nominato (o si autonomini) per uscire dalla Casa dei Romani.
Molti prevedevano da mesi che la vittoria di Roma per il m5s potesse essere molto simile ad una Vittoria di Pirro (ovvero ad una vittoria sconfitta).
Quello che non prevedevano era che, anzichè aspettare di scontrarsi con possibili errori o fallimenti nel tentare di rimettere in moto una città lasciata in ginocchio delle precedenti amministrazioni, il movimento 5 stelle e il sindaco Raggi lavorassero così intensamente a schiacciare il pulsante dell'autodistruzione.
Alcuni opinionisti scrivono che si tratta di impreparazione amministrativa e di spirito di improvvisazione (corredati da una bella dose di arroganza): ingredienti di una ricetta politica che porterebbero a scegliere assessori con qualche precedente complicato (che un tempo avrebbe sollevato l'intero m5s sulla rete) oppure a decidere di dare allo staff e ai vertici amministrativi (capo di gabinetto, direttore generale....) stipendi che un tempo avrebbero fatto gridare dal m5s allo spreco.
Il punto è forse invece un altro. E' molto più semplice e insieme più complesso per il m5s.
Quello che Roma dimostra con grande efficacia è che a dieci anni dalla sua nascita con il vaffa day quel m5s che ha cercato di rappresentarsi come un movimento di opinione permanentemente fuori dai contenitori classici della politica oggi si ritrova dove governa a rappresentarsi sostanzialmente identico a come ha rappresentato in questi 10 anni tutti i partiti tradizionali.
Come e più dei partiti che dileggiava è diviso in correnti e gruppi di influenza plasticamente rappresentati dallo scontro tra l'amministrazione Raggi, il direttorio e i due leaders (Grillo e Di Maio). Come e più dei partiti che aggrediva e bacchettava può fare scivoloni su vicende che riguardano il passato degli assessori o dello staff che si sceglie o sull'entità degli stipendi che remunera e quindi dei costi della politica che fa sostenere ai cittadini.
Soprattutto (e questa è la questione più rilevante) il movimento 5 stelle non è più un movimento ma è un partito che si è istituzionalizzato secondo uno schema che in sociologia ha genialmente costruito Francesco Alberoni circa 40 anni fa e che è servito a studiare tutti i fenomeni politici del 900 e del nuovo millennio.
Lo schema di Alberoni ci insegna che tutti i partiti nascono movimenti civici e diventano partiti quando si professionalizzano e si strutturano per durare e sopravvivere alle onde di opinione.
Tutti i movimenti secondo questo schema perdono una parte della loro idealità per acquisire più cinismo e realismo e per affrontare i problemi di cui si assumono la responsabilità soprattutto quando governano.
Ed è in questo processo che si perde la patina di diversità che tutti i movimenti tendono ad avere come motore dello stato nascente e che viene sostituita da regole e convenzioni che rendono più facili i compromessi, le mediazioni e in una parola il governo.
Questa perdita della purezza e la trasformazione in partito non è del resto una novità per il movimento 5 stelle. Le medesime vicende che si stanno verificando a Roma hanno toccato anche Livorno e Parma (solo per citare i due comuni capoluogo più simbolici dell'ascesa del m5s prima delle vittorie di Torino e Roma).
La differenza rispetto a quei comuni è che Roma rende tutto milioni di volte più visibile e che, per quanto anche a Livorno e Parma ci fossero situazioni difficili delle città che hanno favorito la vittoria della diversità a cinque stelle, nessuna situazione difficile lo può essere quanto quella della capitale. E poi, mentre Parma veniva da quasi vent'anni di centrodestra e Livorno da 60 anni di sinistra, Roma veniva da due amministrazioni di colori diversi ma con risultati similmente negativi agli occhi dei cittadini e dei media. ...

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"Piove governo ladro" amavano dire i nostri padri. In una sola massima si conteneva tutto il qualunquismo (quello del partito dell'Uomo Qualunque diventato celebre nell'italia del dopoguerra) e si riassumeva quel clima di delusione ideologica verso chi governava che però raramente per tanti anni si sfogava poi alle urne.
Gli Italiani che recitavano quella massima infatti fino agli anni 90 del secolo scorso non si sono dati un gran da fare per cambiare gli equilibri del governo, che alle elezioni politiche vedevano sempre la Democrazia cristiana a fare la regia di ogni governo anche a maggioranze parlamentari e governative variabili.
Cosa ben diversa si può dire negli ultimi ventidue anni, anni nei quali a governare il paese non è mai stata la medesima maggioranza per due volte consecutive.
Il 1994 ha premiato Berlusconi (e poi Dini), il 1996 Prodi (e poi D'alema e Amato), il 2001 ancora Berlusconi, il 2006 ancora Prodi. Il 2008 riecco Berlusconi e nel 2013, dopo la parentesi bipartisan di Monti, riecco il centrosinistra con Letta e Renzi (dopo il pareggio con vantaggio di Bersani).
 insomma da tangentopoli in poi forse l'italia della corruzione non è cambiata di molto (almeno a leggere le pagine dei giornali) ma l'italia della politica ha scelto la strada dell'alternanza quasi metodica.
Gli italiani hanno approfittato cioè della rivoluzione portata da mani pulite e delle tre leggi elettorali arrivate dal 1993 al 2005 (la legge maggioritaria con ballottaggio dei sindaci, la legge maggioritaria del parlamento che porta il nome dell'attuale presidente della repubblica Mattarella e la legge proporzionale con premi di maggioranza differenziati per il parlamento che porta il soprannome di porcellum dalla definizione data dal suo autore Calderoli).
Grazie agli stimoli al cambiamento portati da queste leggi e dalle minori resistenze date dall'affievolirsi delle vecchie appartenenze di partito e grazie ad una maggiore propensione ad ascoltare l'opinione, gli elettori si sono resi sempre più protagonisti di scelte che premiavano chi era all'opposizione e negli ultimi anni che hanno reso decisivo anche l'astensionismo (un tempo residuale).
In questo distinguendoci nettamente da tutti i paesi europei del G8 e dagli Stati Uniti, che hanno quasi sempre visto riconfermata la medesima maggioranza per almeno due turmi consecutivi (con la Francia che negli ultimi anni ha fatto parzialmente eccezione).
La vera sfida per l'italia viene adesso. la partita del referendum costituzionale del prossimo autunno e quella della nuova legge di stabilità (che il governo annuncia di grande innovazione e per la prima volta, dopo circa 10 anni, con un impianto anti-austerità) sono le due carte principali di una maggioranza che cerca di rendersi così protagonista del cambiamento da poter incrociare l'onda che altrimenti potrebbe premiare ancora chi descrive come conservatrice la forza che governa e quindi porta a casa l'ennesimo ribaltamento.
L'italicum (con o senza modifiche) può essere la legge che celebra la più clamorosa delle svolte paradossali del nostro Paese, ovvero la stabilità portata da due mandati consecutivi della medesima maggioranza. oppure potrebbe essere la terza legge in poco più di 22 anni che sancisce l'impossibilità ormai costitutiva del nostro elettorato di apprezzare il lavoro di riforma e rilancio di chi governa e quindi premia chi gli si oppone e propone un cambiamento contro la stabilità.
Tutto questo potrebbe essere un film che avremmo la seria possibilità di vederlo direttamente proiettato nelle sue due parti (referendum e elezioni politiche) nei 9 mesi che cominciano da settembre. 9 mesi che potrebbero avere nel mezzo tra referendum e elezioni anticipate il congresso del principale partito dell'attuale maggioranza e la fase costitutiva della nuova leadership di una delle sue opposizioni (Forza Italia e il Centrodestra). ...

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"Io non ho paura" . Lo ricordate il bellissimo romanzo di Ammaniti trasformato in un gran film da Salvatores? Ecco diciamo che come noto una parte della politica quando cerca le scorciatoie per il consenso tende a ricorrere preferibilmente al "tu devi avere paura".
Accade nel nostro paese dalla notte dei tempi come accade ovunque. Nelle cronache politiche di questi ultimi giorni il tema della paura e' riemerso nei numerosi spazi dedicati alle due convention presidenziali americane di Donald Trump e Hillary Clinton. Convention dalle qual Trump si dipinge prima direttamente come il re della lotta alla paura e poi durante la convention della Clinton emerge come il regista di una delle più radicate paure americane, quella verso i russi del "ti spiezzo in due" di Rocky IV
Prima interpreta (come ha sottolineato il grande Axelrod, spin doctor per anni del presidente Obama) Batman quando descrive l'America come la pericolosissima Gotham City. Poi invece palesando qualche connessione o quantomeno una certa tifoseria per la Russia (che sarebbe dietro la pubblicazione delle mail imbarazzanti della Clinton durante la sua convention) il candidato repubblicano trasforma la propria immagine da cavaliere oscuro in qualcosa di più simile al nemico pubblico Jocker.
E del resto anche la sua avversaria Hillary Clinton recita il ruolo di Wonder Woman votata a salvare l'America proprio dal Jocker Trump e dai suoi presunti alleati russi, apparendo però come Catwoman (non esattamente una dei buoni) dalle intercettazioni pubblicate da Assange (pare) per gentile concessione russa.
Insomma una campagna elettorale quella americana 2016 che tenta di essere l'apoteosi dei classici schemi americani di sempre con al centro le paure da suscitare negli elettori per votare con la pancia più che con la testa.
E con i candidati più che mai ambivalenti nei loro ruoli di difensori dei cittadini e insieme di minacce (con Trump che interpreta i due ruoli con particolare efficacia). In Italia, del resto, abbiamo un abbondante bagaglio di questo genere super classico di comunicazione centrata sulla creazione della paura.
Dalla campagna del 1948 contro i comunisti che mangiavano i bambini alla campagna del 1953 contro la "legge truffa" (una campagna contro una legge elettorale), dalle campagne contro il sistema politico di Tangentopoli a quella contro il sistema Sesto, da quelle contro Berlusconi a quelle contro la sinistra di D'Alema, dalle campagne di Salvini e Meloni contro Renzi a quelle contro Salvini e Meloni. ...

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di Marco Marturano (del 18/07/2016 @ 12:21:10, Sezione Spin Doctor)
Un milione di firme depositate tra i sostenitori del si e quelli del no sono una buona notizia per la democrazia del nostro Paese.
 Sono un milione di voci di persone che i partiti hanno raccolto per dimostrare la forza popolare che sta alla base della battaglia sulla riforma costituzionale e quindi alla base dello stesso referendum che ne deciderà le sorti. I prossimi mesi che ci porteranno al 6 novembre (data presunta per il referendum) saranno densi di confronti serrati sul perchè votare si e sul perchè votare no.
Avremo quindi modo di parlarne ampiamente e anche di entrare nel merito delle strategie che verranno adottate.
Quello che invece sarebbe decisivo approfondire subito è uno dei punti centrali che potrebbe delineare le prospettive del referendum, ma nondimeno dal referendum quelle elettorali amministrative e politiche conseguenti: il tema è la partecipazione al voto, votare o non votare, prima ancora di votare si o votare no.
Negli ultimi due anni abbiamo avuto in Italia due turni elettorali parziali tra elezioni amministrative e regionali e due turni nazionali, le elezioni europee e il referendum sulle trivellazioni. Come noto in tutte queste occasioni l'astensionismo ha segnato prima la sua crescita e poi il suo radicamento, passando da notizia sorprendente (per chi non aveva guardato già i numeri più interessanti dal 2009 in poi) a fenomeno sociale.
Alle europee del 2014 in particolare l'elettorato italiano si spaccò quasi a metà tra il 54% circa che partecipò e il rimanente 46% circa che decise di "andare al mare".
Al referendum di aprile 2016 sulle trivellazioni la partecipazione si è fermata intorno a un italiano su tre. e, complici anche le date del voto parecchio avanzate nel calendario (il 31 maggio nel 2015 e il 5 giugno nel 2016, con relativi ballottaggi a scuole chiuse in entrambi i casi), le regionali e le amministrative hanno resistito di più ma segnando comunque una complessiva fuga dal voto di cifre importanti dei cittadini.
Basti pensare all'esempio di una città a forte partecipazione come Milano che arriva a eleggere un sindaco con il 50% degli elettori al voto.
Le ragioni dell'astensionismo sono tante e incrociano la crisi economica che crea sempre più comunità atomizzate in individui soli e senza protezioni e sicurezze, la crisi di legittimità dei partiti come aggregatori e motivatori al voto, le delusioni per le aspettative di cambiamento che superano per il momento i risultati o che suscitano resistenze conservatrici. e molte altre. ...

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Settimana speciale per i fan del Movimento 5 stelle. Virginia Raggi lancia la nuova giunta di Roma dopo scontri atomici interni al movimento e con un esonero clamoroso di quell'Andrea Lo Cicero che dall'olimpo del rugby era stato promesso ai romani come assessore allo sport per poi tenerlo fuori dal Campidoglio a beneficio del contestato (dentro m5s) braccio destro del sindaco.
La festa di Roma e' stata preceduta del resto dai sondaggi dei grandi quotidiani che testimoniavano il clima da carro del vincitore che (anche e soprattutto grazie a Roma e Torino) porterebbe oggi la maggioranza dei votanti a scegliere Grillo al ballottaggio delle prossime elezioni politiche.
Insomma diciamolo che tra i flutti agitati delle onde di opinione che tanto caratterizzano la politica italiana degli ultimi 25 anni oggi la cresta dell'onda sulla quale surfano tantissimi italiani e' quella dell'onda stellata.
 Il 2016 sancisce il passaggio ufficiale del movimento creato da Grillo da movimento velleitario (secondo alcuni commentatori non sempre lungimiranti) a outsider, a sorpresa ,  a favoriti.
 In circa 10 anni dal vaffa day contro la casta politica del 2007 il profilo del movimento ha sempre più istituzionalizzato l'antipolitica rendendola la forma di classe dirigente della politica più di "moda" del momento. E questo nuovo posizionamento apre una fase completamente nuova.
M5s oggi potrebbe non essere più il terzo incomodo tra le corazzate di centrosinistra a guida pd e centrodestra a guida fi o lega. Al contrario parrebbe sempre di più quello che gli americani chiamerebbero band wagon, la locomotiva che sembra tirare di più il treno del consenso.
Cosa cambia?
Cambia che per il band wagon (come hanno dimostrato negli ultimi 5 anni prima Berlusconi, poi Monti, poi Bersani e poi Renzi e Salvini) rischia sempre di togliere smalto alla forza di cambiamento nell'immagine percepita dai cittadini e sosttuirlo con un poco di polvere da continuità. Rischia di ridurre quella quota di antipolitica che in modo diverso tutti i protagonisti favoriti di questi anni hanno espresso chi più chi meno e di aumentare quella di politica. Paradossalmente già due anni fa alle europee m5s pareva favorito dopo la quasi vittoria del 2013 e proprio per questo il nuovo pd guidato da Matteo Renzi diventò il miglior interprete del cambiamento e la vera sorpresa.
E ancora non a caso nella Yoscana che pure quest'anno non ha detto benissimo per il Pd eppure proprio dopo l'esperienza vincente di 5 stelle a Livorno nel 2014 (e la visibilità del ripetersi di metodi non sempre innovativi e non proprio antipolitici da parte del sindaco Nogarin) ai ballottaggi del 19 giugno non c'era neanche un candidato made in Grillo. ...

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Non si fa a tempo ad archiviare le elezioni amministrative che ci si catapulta immediatamente nel magico mondo delle prossime elezioni politiche del 2018 (o del 2017?).
A guidarci con la macchina del tempo verso la sfida cruciale del voto per il parlamento è l'arrivo del fatidico mese di luglio che porta con se l'entrata in vigore dell'Italicum made in Boschi. Ed ecco gli immancabili sondaggi che simulano scenari figli di una narrazione delle amministrative 2016 come di un trionfo a cinque stelle e di un flop renziano (ignorando il numero non esorbitante di comuni conquistati dai Grillini in proporzione rispetto ai comuni che andavano al voto e invece la relativa ripresa del centrodestra, pur nel fallimento del traino Salvini/Meloni).
Gli scenari indotti da questo racconto e in parte dal clima stile brexit rappresentano un'inesorabile vittoria al ballottaggio di Di Battista, Di Maio e soci. Prendiamo per buoni questi scenari ma usciamo dal puro gioco con il telescopio per scrutare le stelle del futuro e formulare profezie che si potrebbero autoavverare. Proviamo a metterci un buon paio di occhiali e a cercare di trovare una chiave per provare a orientare il discorso sull'italicum sul terreno del come si usa per vincere.
E lo facciamo sulla scorta di una delle grandi ragioni di alcune clamorosi risultati di queste amministrative.
Tanti, troppi sindaci uscenti in citta' piccole, medie e metropolitane hanno perso di vista in questi ultimi anni la priorità che nel mestiere del primo cittadino ha oggi più di ieri la relazione con i cittadini della loro comunità.
Tanti troppi sindaci hanno pensato che bastasse fare bene gli amministratori (a volte benissimo) e fare magari un'azione di ascolto e partecipazione last minute in campagna elettorale e usare con più freschezza e più condivisioni i social networks.
Tanti troppi sindaci hanno pensato di vendere bene il loro buon lavoro come si faceva dieci anni fa quando i sindaci uscenti erano non a caso quasi sempre i favoriti. Non si sono resi conto (e insieme a loro alcuni partiti e commentatori nazionali) che il mondo e' cambiato e che la crisi economica ha responsabilizzato ancora di più la politica e soprattutto gli amministratori locali mentre lentamente hanno perso di consistenza nell'immaginario comune le regioni e le quasi ex province.
 Per questo oggi la gente chiede alla politica di inventarsi o rimodulare in forma strutturale un diverso modo di governare con e per le persone più che semplicemente avendogli raccontato di farlo dopo averli sentiti per qualche mese o settimana (magari su facebook).
E infatti ci sono casi in cui hanno vinto alcuni sindaci o sfidanti che hanno capito il vento che e' cambiato a favore di chi mette la gente al centro del suo modo di governare.
A favore di chi non passa il tempo a sacramentare per l'avvento del populismo , ma lavora concretamente per realizzare un modo di amministrare popolare .
Un esempio tra i pochi
visti in questa campagna elettorale tra i sindaci uscenti e' quello di un piccolo comune laziale a due passi dalla Roma stravinta dalla Raggi e dove il centrodestra (nonostante i disastri mariniani) non e' riuscito ad arrivare neanche al ballottaggio. ...

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C le ricorderemo eccome queste elezioni 2016. Per alcuni risultati apparentemente sorprendenti e per alcuni prevedibili. Ma soprattutto ce le ricorderemo perché segnano la rotta di alcuni fenomeni politici che saranno di media durata.
In primo luogo, come avevamo ipotizzato dopo i primi turni del 5 giugno, i ballottaggi del 19 condannano definitivamente i progetti di leadership di Matteo "felpa" Salvini. La sua Lega a braccetto con i Fratelli d'Italia guidati dalla Meloni fallisce l'assalto al vertice del centrodestra incassando dopo la sconfitta di Roma già al primo turno anche quelle di Varese e Milano e rifugiandosi nella vittoria per una manciata di voti di una candidata della Lega a Cascina , provincia di Pisa.
I ballottaggi dicono che esiste ed e' reale un risveglio del Centrodestra e che quando e' unito e con candidati moderati ritorna ad essere competitivo e vincente anche più del Movimento 5 stelle.
E dicono anche che il tempo della ricreazione guidato dagli estremismi lepenisti e' finito e che fa scappare i moderati anziché sedurli.
Prima ancora di sapere della Brexit i moderati orientati verso il centrodestra hanno già scelto una exit strategy rispetto alla leadership salviniana e premiano candidati non estremisti. Varese di questo fenomeno rappresenta sicuramente l'esempio più evidente con un candidato commissariato dalla Lega con numerose sfilate di Salvini e con un capolista come Roberto Maroni a guidare la lista della Lega in consiglio comunale.
E con i vecchi classici sulla sicurezza, sull'immigrazione, sulle moschee e sui gay al centro della campagna del ballottaggio.
Con il magnifico risultato di portare un vantaggio di 5 punti al primo turno di quel candidato a diventare una sconfitta per 4 al ballottaggio. Nella roccaforte della Lega e patria di Maroni e Bossi. Game over per i sogni di un leader della Lega ormai non più rassicurante che dopo questo 2016 non potrà mai più essere la guida del centrodestra e vedremo se, dopo gli attacchi di Bossi e Maroni, resterà quello della Lega.
 Varese del resto e' un punto di partenza di queste elezioni anche per il centrosinistra. Non tanto per la prima volta nella storia che vince,  ma per come e con chi vince. Un modo che potrebbe diventare un modello per il centrosinistra nazionale alla ricerca di un nuovo senso dopo la scoppola di molte città e la contaminazione nel dibattito nazionale.
A Varese il centrosinistra vince perché ha un candidato che diventa credibile per la sua assoluta civicita' che lo porta per intere giornate a immergersi nei quartieri tra la gente senza filtri e senza format da campagna elettorale.
Un candidato che e' cosi pragmatico e trasparente da non inventarsi colpi di teatro da primi 100 giorni, ma da presentare negli ultimi 10 giorni di ballottaggi le prime 10 delibere della prima giunta su 10 temi strategici con soluzioni scritte nere su bianco in quel programma che molti in Italia in campagna elettorale quasi ignorano.
Un cabdidato che quelle 10 delibere per giunta le ha scritte di suo pugno durante il ballottaggio.
E questo candidato aggiunge ad un modello di forza tranquilla che lo caratterizza una coalizione che potrebbe tracciare una nuova frontiera per un Pd che non basta più a se stesso. Una coalizione che al Pd aggiunge ben 4 liste civiche che insieme fanno più del 16% al primo turno che insieme al valore aggiunto del candidato fanno pesare il Pd poco più della metà del risultato del primo turno. ...

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di Marco Marturano

CVD. Come volevasi dimostrare. Cosa avevamo ampiamente previsto? Avevamo immaginato che il giorno dopo il voto si aprisse un processo sulla pubblica piazza mediatica a Matteo Renzi e magari all'apertura della campagna referendaria. Detto fatto.
Avevamo pensato che si sarebbe discusso dell'astensionismo e in qualche caso sostenuto che l'astensionismo sarebbe stato a vantaggio di questo o quel candidato (magari di quelli che invece poi ne sono stati svantaggiati nella realtà).
Detto fatto. Avevamo ipotizzato che si sarebbe parlato come dei casi clamorosi e storici di Comuni che vanno al ballottaggio dove in teoria invece il sindaco uscente aveva sempre vinto al primo turno. Detto fatto.
Potremmo andare avanti per ore con il festival delle analisi prevedibili e regolarmente verificatesi e potremmo anche dire nome e cognome dei candidati sindaci e delle città che erano logico aspettarsi sarebbero stati oggetto di queste analisi così originali.
La cosa veramente interessante è che invece da queste elezioni al primo round arrivi la notizia più significativa, ovvero che i cittadini sono sempre più maturi di certe analisi politiche stereotipate e decidono sulle loro città in funzione di quello che percepiscono dei candidati sindaci e in piccola parte ormai per ragioni nazionali.
Un esempio su tutti il risultato del Movimento Cinque Stelle, che ha candidati come quella di Roma che viaggiano verso il 40% e candidati come quello di Milano che si muove intorno al 10, contraddicendo la tesi che il valore stia nel marchio.
Altra notizia interessante quella che riguarda la teorica sorte dei candidati di centrosinistra dettata dal grado di renzismo. basti pensare, per contraddire questa tesi, al fatto che gli unici due sindaci uscenti del centrosinistra in città capoluogo rieletti al primo turno sono Gnassi a Rimini e Zedda a Cagliari: il primo renziano doc e il secondo di Sel.
Tesi dunque che cade nei fatti.
Terza notizia intrigante è quella che viene da alcune grandi città che vanno al ballottaggio: hanno tutte rispettato la loro storia da quando esiste l'elezione diretta dei sindaci, nonostante invece si sostenga il contrario. Pensate a Roma, dove il ballottaggio c'è stato per ben 5 volte (inclusa questa) su 7 elezioni.
O a Milano dove quello tra Parisi e Sala è il quarto ballottaggio su 6. o a Torino dove, come a Milano, c'è il quarto ballottaggio su 6 elezioni e dove nessuno dei tre sindaci di questi ultimi 23 anni ha fatto a meno di almeno un secondo turno.
Insomma molti hanno costruito la tesi di un terremoto politico che in realtà è più una tempesta in un bicchiere d'acqua. Resta però un elemento di vera novità che è quello più in controtendenza con quello che succede in Europa Aaustria, Francia solo per citarne due) e in parte con la storia degli ultimi anni.
Nelle città capoluogo del Nord e in particolare nelle regioni governate da Presidenti della Lega (Lombardia e Veneto) o che lo sono state fino a due anni fa (Piemonte) il partito o i candidati politici o politici/civici di Salvini registrano una crisi evidente.
A Novara, capitale leghista del Piemonte fino al 2011, il candidato sindaco di Salvini e Meloni si ferma al 33% dove cinque anni fa il suo predecessore (che aveva perso) era arrivato sopra il 45%. A Varese, capitale leghista da un quarto di secolo e città di Maroni e Bossi, il candidato sindaco di Salvini e Meloni va al ballottaggio con poco più di 5 punti di scarto contro i quasi 20 punti (19%) di 5 anni fa del candidato che lo aveva preceduto. e avendo come capolista della Lega in consiglio comunale questa volta proprio il presidente della regione Bobo Maroni, che ha significativamente incassato il clamoroso risultati di poco più di 300 voti.
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L'Adige - Archivio numeri arretrati
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Titolo  
L'ADIGE di Verona

Autorizz.Tribunale C.P. di Verona
nr. 1356 del 16/3/99
Iscrizione al Registro Nazionale della
Stampa n. 8857 del 15/12/2000

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