(di Giovanni Perez) Il terreno di scontro tra la destra di governo e il fronte variegato della sinistra, si è recentemente giocato prendendo a elemento discriminante il Manifesto di Ventotene, redatto nel 1941 e firmato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. La lettura di questo testo, dal quale estrapolare alcune frasi diventa sicuramente un’operazione a dir poco azzardata, tuttavia, conferma in estrema sintesi ciò che Giorgia Meloni ha detto in Parlamento, ossia trattarsi dell’evocazione di un’idea di Europa che non è quella della destra politica, come lo stesso Massimo Cacciari ha onestamente riconosciuto, per cui le reazioni scomposte, violente, addirittura isteriche che sono seguite a sinistra, non possono che significare quanto meno un elemento di chiarezza, storico e dottrinario.

A parte lo stesso incipit del testo, laddove si identifica troppo sbrigativamente la modernità con il principio della libertà, ciò che emerge è una radicale requisitoria nei confronti non tanto dello stato nazionale, ritenuto storicamente, almeno alle sue origini, un “potente lievito di progresso”, ma del nazionalismo, inteso come esasperazione del sano patriottismo, al quale si fanno risalire la responsabilità di aver portato alla creazione dello stato totalitario, imperialista e militarista, di aver trasformato i cittadini in sudditi, di aver consolidato il “controllo poliziesco della vita dei cittadini”. Si tratta di affermazioni, anch’esse, che andrebbero contestualizzate e che descrivono situazioni che potremmo ritrovare non solo nell’allora Russia bolscevica, ma anche, certamente in forma più attenuata, nelle stesse liberal-democrazie, come Evola stupendamente descrisse nel saggio Americanismo e bolscevismo.

Manifesto di Ventotene. Polemiche. Una certa idea di Europa
Giovanni Perez

Per quanto concerne poi l’interpretazione del fascismo europeo, quale braccio armato della borghesiacapitalistica, si tratta di una tesi che nemmeno ai più trinariciuti antifascisti, oggi verrebbe in mente di riproporre come la più adeguata tra le tante possibili. Peraltro, di fatto contraddicendosi, nel Manifesto si ammette che il corporativismo rappresentò una globale alternativa tanto al liberal-capitalismo, quanto al social-comunismo, anche se infine non raggiunse i risultati che si era proposti, come ebbero a riconoscere non pochi pensatori fascisti, come Ugo Spirito e Camillo Pellizzi.

Nel Manifesto trovano spazio anche un acceso, quanto coerente, anticlericalismo, prevedendo una necessaria abolizione del Concordato del 1929; un giudizio sicuramente sbagliato sulla Geopolitica, ritenuta null’altro che una pseudo-scienza; il desiderio di un’utopica realizzazione, oltre lo stesso Stato federale europeo, di un’«unità politica dell’intero globo», ossia di un «solido stato internazionale». Non solo, nel Manifesto c’è una critica radicale all’ideologia comunista, definita essenzialmente come una degenerazione del socialismo, soprattutto per una sbagliata concezione della proprietà, come le errate realizzazioni del modello di “dispotismo burocratico” proprie della Russia sovietica, ampiamente confermano. Trova poi spazio l’evocazione di un ipotetico e fantomatico Partito rivoluzionario, guidato da intellettuali «illuminati», capaci di impedire, alle incerte e deboli democrazie, di non essere in grado di far fronte ai tentativi, dei soliti ceti parassitari, di riciclarsi nuovamente dopo la sicura sconfitta militare della Germania. È questo Partito rivoluzionario che dovrà realizzare una «dittatura», che, di fatto, si dovrà sostituire a quelle esistenti non si sa per quanto tempo, fino alla creazione di un «nuovo ordine», di un «nuovo stato» e di una «nuova democrazia», sulla cui fisionomia i tre «illuminati» di Ventotene nulla aggiungono come ulteriore precisazione.

il Manifesto nella tradizione di pensiero illuministica

Vi sono poi altri contenuti che situano il Manifesto nella tradizione di pensiero illuministica, laica, egualitaria, progressista, in breve, di sinistra. Ma questo in che senso? Nel senso che ho avuto modo già di evidenziare parlando dell’ultimo libro di Marcello Veneziani intitolato, Senza eredi. Mi riferisco alla concezione dell’uomo che è implicita al Manifesto e che rimanda all’idea di «uomo astratto», la cui definizione fa astrazione, ossia prescinde da ogni riferimento alla dimensione storica in cui si esprime nella sua concretezza l’umanità, così come l’esperienza vissuta di ogni singola persona. Si tratta di un’idea di uomo stabilita dalla sola ragione, trasformando e confondendo la dimensione del desiderio, di un ideale e ipotetico dover essere, inspiegabilmente a priori ritenuto essere quello migliore e giusto, con la realtà delle cose. Da qui il violento rifiuto del naturale radicamento dell’umanità in una patria, in una nazione, in una tradizione, perché tutto ciò spinge verso una dimensione dove contano le identità, le tante comunità tra loro differenti, che il Manifesto reputa necessariamente foriere di pulsioni fratricide e guerrafondaie.

Pertanto, come già aveva postulato Kant nel saggio, del lontano 1795, Per la pace perpetua, nella futura Europa non ci potrà essere alcuno spazio per gli Stati nazionali, per il nazionalismo e tutte le tradizioni che distinguono le comunità (a sinistra si usa invece la parola collettività), che andranno azzerate in un solo agglomerato di individui-atomi, indistinto e «fluido», come oggi si direbbe. Si tratta dell’Europa che oggi stanno realizzando, purtroppo, le false élites dell’Unione Europea, che hanno perciò accontentato, almeno in questo, gli estensori del Manifesto, salvo rendendo inutile, almeno per il momento, la creazione di una Federazione europea, con una sola Costituzione. Del resto, si è proceduto all’eliminazione per altre vie della sovranità politica, legislativa e monetaria degli stati membri, creando un mostrum burocratico di cui siamo divenuti sudditi, al servizio di occulte lobbies, non solo finanziarie, di cui è evidente da tempo la volontà di distruggere le identità etniche degli europei, attraverso dissennate politiche immigrazionistiche.

Nella misura in cui questa Europa ha realizzato il Manifesto di Ventotene, essa non può certo essere l’Europa delle Patrie, delle Identità nazionali, delle Tradizioni, degli uomini concreti definiti dalla ragione storica, che sta dentro il DNA della vera Destra. Chi volesse approfondire la questione, può riferirsi all’ancor splendido volume di Carlo Curcio, Europa storia di un’idea, da leggere insieme a quell’altro di Federico Chabod, Storia dell’idea d’Europa. Ma, a dimostrazione del fatto che, ben prima del Manifesto, si sviluppò nel corso degli anni Trenta una notevole attenzione verso l’idea di Europa, si deve almeno ricordare agli smemorati della sinistra, che nel 1932 si svolse a Roma, indetto dalla Regia Accademia d’Italia e organizzato dalla «Fondazione Volta», un celebre Convegno intitolato: «Unità dell’Europa in relazione alla crisi mondiale», cui parteciparono decine di politici di varie tendenze, storici, geografi, studiosi della politica e del diritto, i cui Atti furono poi raccolti in un grosso volume, oggi sepolto nella polvere delle biblioteche, di fronte al quale gli Autori del Manifesto non meritano davvero, salvo che per ragioni di mera polemica politica, che ne offende peraltro la memoria, l’esagerata attenzione e l’apologia oggi a loro riservata.